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Le dita volano per Ibanez: Giovanni Scardoni, il guitar-hero veronese

Le dita volano per Ibanez: Giovanni Scardoni, il guitar-hero veronese

Abbiamo incontrato il vincitore della competizione chitarristica indetta da Ibanez “Flying Fingers Guitar Contest” per fargli qualche domanda riguardo il suo playing ed i suoi progetti.

Premiato nientepopodimeno che da Kiko Lourerio (chitarrista dei Megadeth), vi presentiamo Giovanni Scardoni, classe 1988, docente presso Accademia Musicale Lizard, già noto per la militanza nella Judas Priest italian tribute band “Chrome Steel” e nel progetto dark-metal “Animae Silentes” (di cui stiamo attendendo l’uscita del primo album di inediti), fa parte della famiglia di eccellenze veronesi che ci rendono orgogliosi di questa professione, sopratutto quando i riconoscimenti verso la preparazione e la personalità musicale italiane arrivano dall’estero, in particolare da una casa produttrice che la sa lunga sul settore.

Ci ha particolarmente colpito l’entusiasmo con cui Giovanni ha accettato di raccontarsi per School of Art: la musica è fatta di opinioni e pensiamo che le sue esperienze possano essere da una parte motivo di stimolo per i più giovani, dall’altra fonte di curiosità per chi è già nel settore. Che altro dire? Buona lettura!

 

  • Siamo entusiasti di avere un vincitore locale di uno dei guitar contest più ambiti e prestigiosi al mondo, naturalmente stiamo parlando di Ibanez Flying Fingers. Facendoti le nostre più sincere congratulazioni, rompiamo subito il ghiaccio: com’è stata questa esperienza?

Intanto ti ringrazio per i complimenti. Beh è stata sicuramente inaspettata come notizia. Il video del concorso è nato quasi per scherzo e in un giorno ho fatto tutto: mi sono iscritto, ho pensato un po’ a come strutturare il solo, ho fatto la take e infine il montaggio. Poi ho capito che queste occasioni, più che essere una banale vetrina, sono un ottimo sistema per mettersi in gioco, imparare dagli altri e scambiare idee con gente che sta magari dall’altra parte del mondo ma che ha la nostra stessa passione per la musica. Un mesetto dopo ho anche partecipato al concorso (questa volta mondiale) indetto dalla Kiesel, dove sono arrivato tra i finalisti.

  • Inutile dire che questo contest è il tripudio della tecnica e del virtuosismo chitarristico, ma come ti sei preparato per affrontare questa sfida? Raccontaci il tuo studio personale.

Per questo contest non c’è stata nessuna preparazione, anzi se devo essere sincero ci sono alcune cose che non mi piacciono e non sono suonate come avrei voluto (ahimè non si è mai contenti). Per quello della Kiesel invece ci sono stato dietro un paio di settimane tra il pensare e il fare e ne sono molto più soddisfatto!
Per lo studio quotidiano non ho mai usato metodi specifici per tecnica o che…in generale, penso che sia più importante trovare delle proprie logiche ed entrarci dentro completamente, anche se questa non deve essere una scusa per ignorare il resto. Personalmente ho avuto tanti insegnanti nel corso degli anni e ognuno di loro mi ha lasciato un approccio diverso: chi mi insegnato la “meccanica” o la teoria, chi mi fatto conoscere (e apprezzare) un sacco di musica a 360 gradi, chi mi ha trasmesso amore e dedizione per questo strumento, chi mi ha anche solo dato insegnamenti di vita. Tuttora consiglio a certi allievi troppo “affezionati” di andare da altri e provare, perchè credo che la cosa più importante sia

seguire i propri stimoli (qualsiasi essi siano, anche suonare un altro strumento) invece che sforzarsi di fare qualcosa che non piace.

La didattica ha infatti una grande responsabilità perchè può diventare nociva in questo caso e alimenterebbe solo un senso di inadeguatezza che farebbe perdere il piacere di suonare. Seguire uno stimolo (es. “voglio suonare come Hendrix”) significa avere un obbiettivo personale, non dettato da altri o da un “giusto” metodo/manuale/libro. Se sarà un obbiettivo sbagliato lo si imparerà di persona, sulla propria pelle, e credo che non ci sia un sistema migliore di questo per creare il proprio gusto.

  • Non solo Flying Fingers, ma anche tante esperienze live con i “Chrome Steel” (Judas Priest tribute band). Qual’è il tuo metodo di lavoro quando si tratta di live performance? Insomma, quali sono i trucchi del mestiere sul palco?

Guarda tralasciando la situazione live in generale (da poco ho saputo che molto probabilmente chiuderà anche l’ultimo locale live che possa essere considerato tale rimasto qua a Verona), sempre più in crisi in tutta Italia, in realtà la preparazione è minima perchè le date sono poche. Certo, le situazioni importanti sono capitate ma bisognerebbe cercare di cambiare la mentalità di chi segue questo ambiente. Prima o poi il pubblico cercherà chi propone dei contenuti…quello che manca ora però è una selezione per riuscire a proporre qualità.
Di fatto gran parte del pubblico (fatto anche dai non addetti ai lavori) non saprebbe distinguere le capacità di chi suona uno strumento da chi schiaccia play su una consolle. E qui la didattica ha un’ulteriore grossa responsabilità.

Giovanni Scardoni live con i Chrome Steel

Giovanni Scardoni live con i Chrome Steel

  • Parallelamente al lavoro con la tribute band, sei impegnato anche in un progetto originale dark-metal con gli “Animae Silentes”. Le dinamiche sono completamente diverse, a partire dal fatto che si passa dall’essere la copia di un player esistente alla ricerca di sonorità e fraseggi personali, fino naturalmente all’aspetto compositivo. In che modo affronti queste due diverse facce della musica live?

Beh questa situazione è tutta da scoprire. C’è sicuramente tanta aspettativa dato che ci stiamo lavorando da un paio di anni (a causa di cambi di formazione, problemi vari). Sono felice di fare qualcosa di inedito con il cantante (è lo stesso del tributo ai Judas, ex Crying Steel e Hollow Haze) che stimo di più; siamo cresciuti insieme e, anche se il progetto all’inizio non era diciamo il mio vestito, mi sono messo in gioco lo stesso cercando di tirare fuori qualcosa di personale e speriamo gradevole.

Giovanni Scardoni durante le riprese del videoclip per l'album di debutto degli Animae Silentes

Giovanni Scardoni durante le riprese del videoclip per l’album di debutto degli Animae Silentes

  • Il tuo mestiere prosegue in aula per Accademia Musicale Lizard, dove il tuo compito è quello di “forgiare” i chitarristi di domani. Come strutturi le tue lezioni? Qual’è il tuo approccio per ottenere un apprendimento efficace e veloce dai tuoi allievi?

Insegnare è una cosa incredibilmente affascinante. Credo che imparino più gli insegnanti che gli allievi stessi a lezione, dato che devono lavorare costantemente su un piano di auto-consapevolezza.

Le lezioni ovviamente non hanno uno standard, rivolgendosi a tutti i livelli e tutte le età. E’ un lavoro impegnativo e discretamente pesante: bisogna avere sempre la mente lucida al 100% e le dita devono rispondere sempre in modo impeccabile (ovviamente non succede sempre); spesso si tratta di essere più degli psicologi che dei maestri (dopotutto si sa che il nozionismo fine a sè stesso è inutile), cercando di entrare empaticamente nella testa dell’allievo e metterlo nella condizione giusta piuttosto che spiegare cosa o come fare. In ogni caso ci sono dei programmi didattici dettagliati per chi ha l’obbiettivo di superare gli esami.

  • Da tempo ormai seguiamo le tue strepitose performance casalinghe sui social.
    Gli stessi social hanno radicalmente cambiato l’approccio al mondo della musica: da un lato danno la possibilità di raggiungere in qualsiasi momento un pubblico mai così vasto e variegato fin’ora (con grandi benefici sulla promozione), dall’altro hanno eliminato la necessità di una band e di un palcoscenico per esibirsi. Cosa ne pensi di questo fenomeno?

In pochissime parole. Chiunque (suona) vuole comunicare messaggi, e qualsiasi filtro (tv, pc, ecc..) in mezzo altera e rovina la comunicazione stessa oltre che il contatto con le persone. Non credano esistano musicisti che preferiscano fare video piuttosto che suonare live.

  • La chitarra è uno strumento che permette di suonare accordi e parti soliste senza avere una reale consapevolezza di quello che si sta effettivamente suonando. Qual’è il tuo approccio per equilibrare preparazione tecnica e teorica?

Domanda molto interessante, ma credo riguardi tutti gli strumenti, chi più chi meno. La storia della musica è zeppa di esempi di autentici geni (es. Django) che non avevano la più pallida idea di quello che facevano…o meglio, non avevano un’istruzione accademica e quindi si sono creati le loro logiche e visioni (con immensa fatica) della musica. Oppure pensiamo al canto, dove l’incapacità di vedere fisicamente cosa succede mentre si canta crea falsi miti, falsi metodi creando un confusione pazzesca.
In generale penso che la teoria vada portata avanti di pari passo con la pratica altrimenti si creano delle lacune gigantesche; quindi certi argomenti vanno affrontati e messi in pratica subito sennò si scade nel nozionismo; la chitarra non fa eccezione.

  • Che consigli, dritte, suggerimenti ti senti di dare ai giovani rocker/aspiranti musicisti di oggi?

Mettete su una band e girate per locali.

  • Quali pensi siano state le influenze e gli studi (in termini di generi, artisti e/o sonorità) che ti hanno portato ad essere il chitarrista che sei oggi? Stila una “top 5” dei dischi che più hai ascoltato e che più ti hanno segnato.

Sarebbero così tanti, ma farò uno sforzo 😉

Y. Malmsteen – Odyssey
Dream Theater – Images & Words
Extreme – Pornograffitti
Pantera – Vulgar Display Of Power
Gary Moore – Blues Alive

  • Fatti una domanda bonus alla quale ti piacerebbe rispondere!

“Come gestire l’emotività sul palco?”

Penso che sia una questione di esperienza prima di tutto, anche se le situazioni “fuori controllo” capitano sempre; intanto credo che

arrivare ben preparati (mentalmente – sapere bene cosa e come suonare; fisicamente – riposati, lucidi e caldi sul proprio strumento) e cercare di avere delle costanti (sentire bene i volumi, avere il proprio suono, il proprio strumento, ecc..) aiuti a sentirsi più sicuri e tranquilli in partenza.

Credo che l’emotività non sia un difetto ma possa piuttosto diventare un’arma che se usata con controllo possa farci dare quel che in più rispetto ad una seduta in studio, per dire. Idealmente cerco di crearmi un “recinto sicuro” dentro cui so che controllo tutto e dunque posso lasciarmi andare…poi ovviamente anche il pubblico fa la sua parte!

Auguro a chi intraprende questo interminabile viaggio nella Musica di provare la stessa passione e riuscire a trasmetterla agli altri!
– Una vita senza musica è come un corpo senz’anima. –

 

Ti ringraziamo per la tua disponibilità e per aver condiviso con noi le tue esperienze e la tua visione della didattica e del live musicale. Ti auguriamo un grande “in bocca al lupo” per tutti i tuoi progetti futuri e per la tua carriera!

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